Natuzzi, 900 lavoratori nel mirino del piano esuberi
Sciopero totale e strade bloccate nella vertenza. I sindacati: “Mobilitazione continua se non si riapre il confronto sul piano industriale”
Strade bloccate e sciopero al cento per cento. Sale la tensione nella vertenza Natuzzi, con una nuova giornata di mobilitazione dei lavoratori. Questa mattina lavoratrici e lavoratori dei siti Jesce 1 e Jesce 2 di Santeramo in Colle (Bari) hanno dato vita a un corteo lungo la SP41, la strada provinciale che collega i due stabilimenti, uno dei quali a rischio chiusura. La protesta ha coinvolto dipendenti di entrambi gli impianti e si inserisce in una crisi occupazionale che, nel complesso, riguarda quasi novecento posti di lavoro nella provincia di Taranto.
Il Gruppo Natuzzi ha presentato un piano industriale che prevede la riduzione del personale dagli attuali 1.850 dipendenti a meno di mille entro il 2028, con circa 480 esuberi dichiarati. L’azienda giustifica il piano con perdite stimate in circa tre milioni di euro al mese, attribuite a instabilità geopolitica, dazi e rincari logistici.
Gli stabilimenti ionici di Ginosa e Laterza restano tra i più esposti. Per Ginosa si ipotizza la cessione dell’impianto a una società del settore chimico, con il possibile riassorbimento di una quarantina di lavoratori. A Laterza, invece, lo stato di agitazione è permanente, con scioperi ai cancelli per scongiurare chiusure e nuovi tagli.
“Finché il piano non verrà ritirato e non si riprenderà una trattativa seria che salvaguardi occupazione e produzione la mobilitazione continuerà”, ha dichiarato Davide Lavermicocca, segretario generale Fillea Cgil Bari Bat.
A complicare ulteriormente il quadro, la gestione istituzionale della crisi. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, guidato da Adolfo Urso, ha convocato le Regioni Puglia e Basilicata escludendo i sindacati dal tavolo. Una circostanza appresa solo dagli organi di stampa, che ha provocato la dura reazione delle sigle sindacali nazionali.
I rappresentanti di FenealUil, Filca Cisl, Fillea Cgil, Filcams, Fisascat e Uiltucs hanno definito la scelta “gravissima”, chiedendo alle Regioni di intervenire per garantire il loro coinvolgimento al tavolo ministeriale.
La richiesta principale resta il rientro in Italia delle produzioni delocalizzate in Romania. In assenza di risposte, i sindacati annunciano che la protesta proseguirà “in ogni forma e in tutte le sedi opportune”.
Foto: Edicola del Sud


