OMICIDIO REALE, ARRESTATI I PRESUNTI AUTORI

Omicidio Mario Reale: individuati dalla Polizia di Stato e dalla Procura i presunti autori del grave fatto di sangue
A seguito di indagini dirette dalla Procura della Repubblica di Taranto (titolare del fascicolo il Sost. Proc. dr.ssa Villa Giorgia) e condotte dalla Polizia di Stato (Squadra Mobile – Sezione Criminalità Organizzata), oggi sono state eseguite sette misure cautelari personali di cui sei in carcere ed una di arresti domiciliari, disposte dal Giudice per le Indagini Preliminari (Dr. Martino Rosati) nei confronti di sette tarantini, gravemente indiziati, a vario titolo e separatamente, di omicidio, lesioni, detenzione e porto in luogo pubblico di armi da sparo ed esplosivo, danneggiamento, ricettazione, sequestro di persona e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.
L’indagine ha preso avvio a seguito di un grave fatto avvenuto la sera del 25 maggio 2016, quando, intorno alle 20.00, all’interno del negozio di detersivi e di prodotti per l’igiene della persona denominato “Bolle di sapone” del quartiere “Tamburi” gestito dalla sua convivente, veniva brutalmente ucciso a colpi di pistola Mario Reale. Nell’agguato rimase ferito il figlio della vittima, testimoni oculari riferivano da subito che ad agire erano state due persone, entrambe armate di pistola e col volto coperto da passamontagna.
All’indirizzo della vittima furono esplosi, con due differenti armi (una calibro 7,65 ed una calibro 9), un totale di undici colpi, alcuni dei quali ferirono al toracel’uomo provocandone la morte.
L’analisi dei filmati acquisiti da alcuni impianti di videosorveglianza situati lungo il percorso di fuga seguito dai presunti assassini, consenti’ di rilevare come gli stessi si erano mossi a bordo di una Ford C-Max di colore grigio, ma soprattutto gli esiti dell’attività di intercettazione di conversazioni, indirizzo’ le indagini verso uno dei possibili autori, già all’epoca sottoposto ai domiciliari (in violazione della quale avrebbe commesso vari diversi crimini).
Oltre ai riferimenti fatti a costui dai parenti della vittima e da altri soggetti (seppure dietro l’anonimato), a fornire oggettivi elementi di accusa sono stati i contenuti delle intercettazioni dei colloqui tenuti in carcere da un altro degli uomini arrestati oggi (all’epoca dei fatti vicino di casa del principale sospettato), a distanza di qualche mese sorpreso in possesso di un vero e proprio arsenale custodito all’interno della sua abitazione sita in via P. Nenni (fra cui una pistola cal. 9 con matricola abrasa, numerosissime cartucce per pistola e fucile, un fucile a canne mozze, detonatori, micce e giubbotti antiproiettili) e per questa ragione arrestato e detenuto presso la locale casa circondariale di Taranto.
Il primo importante dato che se ne ricavò, è che quest’ultimo soggetto custodiva le armi per conto del primo (cui lui stesso addebitava l’esecuzione dell’omicidio), che temeva seriamente avesse potuto impiegare una delle armi nell’esecuzione del grave fatto di sangue.
La meticolosa analisi del traffico degli apparecchi telefonici, ha condotto ben presto all’individuazione di colui che si è poi rivelato essere il secondo autore del brutale omicidio, soggetto legato al primo da un vincolo di parentela, essendo cugino della moglie.
I telefoni di entrambi facevano registrare un intenso traffico, in particolare il giorno prima (durante cioè la dettagliata attività preparatoria) ed il giorno dopo l’omicidio, sino ad appena due ore e mezza dalla sua consumazione, momento dal quale cessavano improvvisamente di essere utilizzate.
L’auto utilizzata dagli stessi due indagati (una “Ford C-Max” di colore grigio chiaro) fu trovata poche ore dopo l’agguato lungo la “S.P. 130” completamente incendiata e distrutta. Il luogo del rinvenimento, lontano alcuni chilometri dall’abitato di Taranto, era assai vicino al quartiere cittadino di “Paolo VI”, lo stesso dove abitavano i due principali sospettati. Inoltre, le successive verifiche permettevano di accertare che la stessa auto era stata rubata il 7 maggio precedente a Grottaglie. Le indagini hanno consentito di risalire all’autore del furto (oggi destinatario della misura degli arresti domiciliari), vale a dire ad un esperto ultrasessantenne che ammise in una fase successiva di conoscere almeno uno dei due sospettati autori dell’omicidio. Gli approfondimenti investigativi hanno dimostrato che costui aveva tenuto contatti telefonici con entrambi i presunti killers e tutti nei giorni immediatamente precedenti al furto dell’auto, avvenuto il 7 maggio, tranne uno, avvenuto pochi giorni prima dell’omicidio di Reale. Tali elementi hanno fatto ritenere che lo “specialista” in furti di auto fosse stato contattato proprio per procurare l’auto da impiegare nell’esecuzione del progetto omicidiario.
Assai rilevanti, secondo gli investigatori, le motivazioni ed alcuni fatti antecedenti l’omicidio. Secondo alcune fonti informative l’uccisione di Reale sarebbe derivata dal fatto che lo stesso, tramite terzi soggetti, aveva preteso da uno dei suoi presunti assassini il pagamento di un debito di 29.000 euro. Reale, in pratica, si era reso colpevole agli occhi di uno dei due suoi killer di aver mandato un emissario per l’esazione.

La circostanza che sia la vittima che i suoi assassini risultano personaggi, con plurimi e gravi precedenti nel commercio degli stupefacenti, ha fatto ragionevolmente ritenere che quel debito derivasse da transazioni illecite.

Legata al contesto illecito sopra riferito, ovvero all’ambizione di uno degli indagati principali di acquisire l’egemonia nello spaccio di stupefacenti nella zona di riferimento, è pure un’altra vicenda, di cui la Squadra Mobile veniva a conoscenza nell’estate 2016, sempre nel corso delle indagini avviate per l’omicidio; vicenda di cui si era reso responsabile appunto uno dei due autori dell’omicidio, sempre con la complicità dei suoi fedelissimi.
Si tratta della brutale aggressione ai danni di un uomo di 34 anni abitante al quartiere “Paolo VI”, avente precedenti per reati in materia di stupefacenti, il quale la sera del 26 agosto 2016 sarebbe stato sequestrato all’interno dell’abitazione di uno degli indagati, e, sotto la minaccia di un fucile, percosso sulla fronte col calcio di una pistola (riportando un trauma cranico con profonde ferite lacero-contuse) e costretto ad ingoiare diverse cartucce, il tutto allo scopo di imporgli l’acquisto di stupefacente.
La vittima, letteralmente terrorizzata, non aveva inteso denunciare e si era recata al pronto soccorso del vicino ospedale civile “Moscati” riferendo ai sanitari di essere caduto dalla motocicletta a causa di un semplice sinistro stradale.
Da qui le contestazioni legate anche all’attività di spaccio di sostanza stupefacente del tipo cocaina: ben organizzata, con una precisa ripartizione di ruoli e compiti, e soprattutto riferibile a quantitativi significativi (fino a 50 grammi per volta).
A non essere stati denunciati alle autorità – nonostante siano stati commessi per strada ed in luoghi molto frequentati – sono pure altri gravi episodi, riconducibili ad un vero e proprio contesto di guerra tra bande e ricostruiti soltanto grazie ad alcune telecamere prudentemente installate dagli inquirenti.

Ci si riferisce ad un ordigno esplosivo piazzato e fatto deflagrare durante la notte tra il 7 e l’8 ottobre del 2016 sotto l’auto (Fiat 600) di proprietà di un altro degli indagati, facente parte di una fazione opposta, ed all’esplosione di un colpo di fucile, c quella stessa notte, contro una “Renault Modus”, parcheggiata anch’essa in via Nenni, in corrispondenza dell’abitazione di un appartenente al gruppo avverso.

A seguito di una perquisizione domiciliare eseguita qualche giorno dopo, gli agenti della Squadra Mobile rinvenivano nell’abitazione di uno dei soggetti interessati allo scontro, una borsa del tutto simile a quella indossata dallo sparatore individuato attraverso le telecamere.

Le stesse videoriprese hanno permesso di accertare che i due episodi erano strettamente connessi tra loro, rappresentando una botta e risposta da parte degli indagati, in contesa tra loro per il predominio nello spaccio degli stupefacenti.

Sempre nell’ambito della contesa in atto tra i due gruppi si accertava pure un ulteriore agguato consumato qualche tempo dopo ai danni di uno degli odierni indagati (colui che aveva materialmente collocato l’esplosivo sotto l’auto dei suoi rivali), al cui indirizzo venivano sparati alcuni colpi d’arma da fuoco, verosimilmente con l’intento di gambizzarlo, senza tuttavia che lo stesso venisse attinto. Un episodio che secondo la Polizia si colloca all’interno della guerra tra bande volta al predominio criminale nel quartiere “Paolo VI”, dove tutti gli indagati abitavano ed operavano all’epoca dei fatti.
Uno solo degli odierni indagati risponde limitatamente ad ipotesi di detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente, sulla base di dichiarazioni auto-accusatorie rese nel corso di alcuni colloqui tenuti in carcere.

Alcuni degli arrestati di oggi hanno condanne per gravi reati e sono ritenuti dagli investigatori capaci di atti assai violenti, in un clima di conflitto che non risulterebbe ancora del tutto risolto; soggetti attorno ai quali, peraltro, si sarebbe elevato un muro d’omertà, sintomatico della loro presunta capacità di incutere timore o comunque di raccogliere la compiacenza da parte di quanti come loro sono convinti che certi conti si regolano fuori dalle aule di giustizia.

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