QUESTIONE ARCELORMITTAL, INTERVIENE ANCHE IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO COMUNALE

Migliaia di famiglie continuano a dipendere dai capricci di ArcelorMittal, senza intravedere uno spiraglio di luce per il futuro. Ancora non c’è un piano industriale (e la scadenza del 31 maggio si avvicina), mentre il dialogo con le organizzazioni sindacali fa registrare lunghe pause e notevoli rallentamenti. Si attende ora il tavolo convocato per lunedì 25 dal Ministro Patuanelli per saperne di più, ma ora come ora sembra sempre più vicino il disimpegno del gruppo franco-indiano dal sito industriale di Taranto. Nel frattempo tanti lavoratori, diretti e dell’indotto, continuano a vivere giorni difficili.Per i primi ci sono state diverse sgradite e provocatorie sorprese: dalla disattivazione dei badge d’ingresso allo stabilimento senza preavviso (perché la cassa integrazione era stata decisa dall’azienda di notte e senza informare i sindacati), ai licenziamenti disposti con motivazioni estremamente discutibili, come ha più volte denunciato l’Usb. Per le imprese dell’appalto, invece, permangono i gravi ritardi nel pagamento delle fatture emesse per lavori già svolti per conto di ArcelorMittal, con tutte le immaginabili conseguenze per gli imprenditori e per i loro dipendenti.
La sensazione resta quella già espressa tempo fa, ovvero che continui il “gioco delle tre carte” da parte dell’azienda, con ondivaghe posizioni, promesse aleatorie e una pervicace azione ricattatoria nei confronti del territorio tarantino e del Governo nazionale. Con quest’ultimo è prevedibile che ArcelorMittal avvierà l’ennesimo braccio di ferro per spuntare condizioni più favorevoli, dopo averne ottenute di recente altre, come la clausola di uscita a soli 500 milioni di euro.
E’ evidente che così non si può andare avanti. Lo chiedono a gran voce i lavoratori, le loro famiglie e le imprese e la città tutta.​
Il Governo nazionale non accetti più condizioni capestro e chieda più rispetto per il Paese e per Taranto. Altrimenti, come ultima spiaggia, decida per una statalizzazione degli impianti siderurgici italiani, mettendo la parola fine, una volta per tutte, a decenni di privatizzazione del settore che hanno prodotto più danni che benefìci, in termini occupazionali, ambientali e di sicurezza.

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