RICERCHE IDROCARBURI NEL GOLFO DI TARANTO, COMMERCIANTI CHIEDONO GARANZIE PER AMBIENTE

RICERCHE IDROCARBURI NEL GOLFO DI TARANTO
NOVE ORGANIZZAZIONI SCENDONO IN CAMPO PER CHIEDERE GARANZIE PER LA SALVAGUARDIA DELL’AMBIENTE MARINO.

Tre ragioni per ribadire un nuovo ‘NO’ alla prosecuzione delle ricerche di idrocarburi nel Golfo di Taranto. Le organizzazioni provinciali del mondo delle attività della pesca, del turismo e dell’ambientalismo scendono nuovamente in campo per chiedere maggiori certezze a tutela del mare e del futuro dell’economia legata al mare, a fronte del recente esito positivo dell’iter che autorizza la ricerca di giacimenti da parte di diverse compagnie petrolifere, nello specchio di mare antistante la costa jonico-tarantina.
Con una lettera all’indirizzo del prefetto, Umberto Guidato, le organizzazioni provinciali (AGCI Pesca, Casartigiani, CLAAI, Confcommercio, Lega Pesca, SIB/Confcommercio, UNCI Pesca, Jonian Dolphin Conservation, WWF) esprimono apprensione per quanto disposto dal Ddl ‘Sviluppo’ che, all’art. 27, recita “… del rilascio del permesso è data comunicazione ai comuni interessati”, escludendo così i Comuni dall’iter autorizzativo.
La tecnica utilizzata per la ricerca in primis dovrebbe essere quella delle AIR GUN : navi per la ricerca geofisica operano nella zona di ricerca trainando sia le sorgenti di energia elastica (airgun) che il cavo di registrazione (streamer). Sono previste infine piattaforme finalizzate alle perforazioni esplorative.
Sono almeno tre le motivazioni per cui tale tecnica è da rigettare. Uno: la letteratura in materia conferma che esistono ancora notevoli interrogativi dei reali effetti di questa metodologia sull’ambiente marino e nello specifico sulle risorse alieutiche. Due: l’area sottoposta alle azioni di ricerca coincide con il fulcro delle zone di pesca e di altre attività legate al mare come gli stabilimenti balneari, la divulgazione scientifica e l’osservazione dei mammiferi e cetacei marini, il turismo marittimo. Come è possibile coniugare questa nuova operazione di sfruttamento della risorsa mare in un ambiente già ampiamente sacrificato nell’ultimo secolo. Tre: ulteriori interdizioni degli specchi acquei destinati alla pesca e nuove limitazioni alla fruizione del mare e delle coste sono insostenibili per le imprese del territorio e lesive per il brand del prodotto locale (mitili e pesce).
Il Decreto Salva Taranto, del gennaio 2015, prevede il Piano di bonifica e messa in sicurezza dell’area jonica, programmi per la rivalutazione dell’economia turistica e la riqualificazione ambientale. Tutto ciò è in netta contraddizione con le azioni di ricerca e la eventuale estrazione di idrocarburi.
Poiché le tecniche di ricerca sono controverse ci si appella al Prefetto chiedendo di incaricare ufficialmente gli enti scientifici territoriali (CRM e Università) per redigere un organico quadro informativo su tutti i possibili rischi delle prossime azioni di ricerca ed estrazione . Contestualmente le Organizzazioni scriventi affermano di volersi avvalere di quanto disposto dalla Decisione 193 /&26/CEE del 25.10.93 sul Principio di Precauzione riguardo alla potenziale pericolosità e i possibili effetti sull’ambiente e salute degli esseri umani, animali e piante, laddove non vi sono informazioni scientifiche sufficienti.
Di fronte al rischio che tale situazione possa generare contraccolpi socio- economici devastanti e reazioni emotive incontrollabili da parte degli operatori, le Associazioni chiedono che il Prefetto istituisca un tavolo consultivo, con la partecipazione delle Organizzazioni e le istituzioni scientifiche.

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